Racconti di un ubriaco…

Suoni…
 
Spesso al rosso chiarore d’un lampione battuto dal vento che fa tremare fiamma e vetro,
nel cuore d’un vecchio sobborgo, labirinto di fango ove brulica l’umanità in fermenti
tempestosi, si vede avanzare, scuotendo la testa, uno straccivendolo che inciampa e,
come un poeta, urla contro i muri, non curandosi affatto degli spioni, mentre tutto il suo
cuore effonde in progetti di gloria; sotto il firmamento Ei s’inebria agli splendori.
Quella sera, nelle bottiglie così cantava l’anima dell’alcol:
"Uomo, caro diseredato, da questa mia prigione di vetro e di sigilli vermigli io ti lancio
un canto fraterno pieno di luce! Non sarò né malevolo, né ingrato, perchè provo
un’immensa gioia se scendo nella gola di un uomo sfinito; per me una dolce tomba è il suo
caldo petto, dove mi piace stare più che in una fredda cantina… Dentro ti scenderò, come
ambrosia vitale, perchè dal nostro amore nasca la poesia che a Dio s’innalzerà come un
raro fiore!"
Quelle sere, pensieri mossi dal vento irrequieto ch’esalano le buie profondità dell’anima
mi colpirono alla mente.. Non capì il perchè, ma provai disgusto per quell’errabondo. Non
compresi il motivo delle mie ragioni… Accettai di essere diverso.. Finchè…
 
Una sciocca serata… Un inganno ad un’esistenza intera… Un dolore divenuto motivo di
piacere… Sensazione mai provata… Sentirsi così vicini al caldo abbraccio d’una madre
senza forma, cullato fra le sue candide braccia, da non essere in grado di vedere la realtà..
I rumori che mi stavano intorno divenivano un unico, frammentario guazzabuglio di
parole e suoni. Sentivo solo quello… quel tedioso brusio scaturiente da favelle levigate dal
vezzo dell’alcol.. L’allegra conversazione e ‘l vociare sconclusionato si diluivano in un
crogiuolo sommesso composto da nulla se non un vago fastidio, che pur non valeva a
deviare la mente dall’oggetto che oramai aveva preso possesso del mio corpo… della mia
mente…
Non sentire più nulla! Lasciarsi sprofondare in un angolo remoto della propria anima!
Abbandonarsi ad una vita liquefatta nel bel mezzo d’una vischiosa esistenza! Rendersi
conto di essere divenuti il contrario di ciò ch’era previsto! Spogliarsi d’ogni pudore e
ricevere indolore i colpi che la morte infligge…
E tutto, anche il nero, sembrava forbito, chiaro, iridato; una liquida gloria s’incastonava
in un raggio cristallizzato. Nessun astro, né tracce di sole a illuminare quel prodigio
fulgente d’un proprio fuoco! E su quell’animata meraviglia incombeva (tutto per l’udito,
niente per la vista) un silenzio d’eternità…
 
Fù il suono conosciuto dalle orecchie intorpidite a riportare la vita alle mie parvenze
deserte. Gettai gl’occhi confusi nel sanguinario apparato della distruzione. Sentivo
bruciare i miei polmoni gonfi d’un desiderio eterno e colpevole; dopo poco, con pretesti
speciosi, abituai le mie labbra a insani filtri. Così dallo sguardo di Dio mi portai lontano,
ansante e rotto di fatica, in mezzo, ora, alle piane profonde e deserte della mente, e
furono solo suoni…
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